A prendere a calci le nuvole

A prendere a calci
le nuvole
dagli occhi piove
sembrano lacrime
a crepapelle
sono rughe infantili
di lunghe felicità
insonni
costellate di rami vivi
di sogni
a bocca aperta
parlano le ombre
come alberi
di famiglia e foglie
il fico l’ulivo

A contare le stelle forano
e la luna virgola
bianca
di una bugia
se non buona almeno vera
il taglio di Fontana
sulla tela l’inchiostro
di china
e neppure una parola
ma acqua pubblica
ma una faggeta
piena di vita
il giardino
curato da mamma
È buio fino a mattina
è ora
di alzarsi
è finita inizia la realtà
che sogna
nel riflesso si dà lo specchio
da orecchio a orecchio
la musica sotto la corteccia
è viva
dalla finestra della mia malattia
si vede tutto
e tutti passare

Il Friuli ha cielo di nuvole
al tramonto
dipinte da espressionisti
di Dio
bianco su azzurro
e verde di montagne
la tempesta
è una finestra di pace
e ora tutto tace
giù al fiume
i sassi ridono

Ogni parere non è
un’opinione
a ragion veduta
come illude internet delle cose
delle persone
che sono cose sole
ma piuttosto
ogni opinione è alla cieca
persone buone mangia morte
piroette d’allarme dei delfini
il ciarlare fitto meridionale
dei pinguini

chi mangerà abbastanza?
persone buone mangia morte
il leone marino è in agguato fra le onde
sa che è solo questione di tempo
persone buone mangia morte
nell’Atlantico del Sud
cantano le megattere
il loro paradiso di krill
l’albatro dopo due anni
smette di volare
per fare il nido della vita
e non restare più intrappolato
nei paranchi
le otarie orsine e i cormorani
si avvicendano in turni
nelle fabbriche abbandonate
fra i relitti dei pescherecci
persone buone mangia morte
tutto è unito dal mare
fino ad arrivare
alle foreste di mangrovie
asilo nido dei piccoli
dei pesci tropicali
e il lamantino si riscalda
ma persone buone mangia morte

Ho comprato casa da uno
dei ventidue garibaldini friulani
a Udine
Giovanni Battista Cella
troppo puro
per affrontare la delusione
di un sogno di giustizia

Chi muore vivendo
chi vive morendo
chi sotto il solleone d’agosto
correndo ridendo giocando
alle tre di pomeriggio –
è controra
l’ora dei pazzi e dei malandrini –
perché di tornare a casa
da mamma e papà
non ne ho voglia
perché per strada a giocare
la libertà è libera
l’acqua della fontana
è più buona e fresca
e ti toglie davvero la sete –
non hai paura di fare a botte
con nessuno
anche se ne prendi tante
tu sorridi
e sferri ancora un altro pugno

La notte da guadare
guardare
al chiaro d’insonnia
di vivere
non chiuderò mai
gli occhi svegli
o luna
che sei sola solo
una pietra sfera
gravida di vuoto
sincera
perché sinceramente
silenziosa
come ogni singola cosa
che non parla
ma canta

Radici di cielo come nuvole
i rami scavano
crescono nel terreno
l’albero del mondo è capovolto
o forse no
capovolta capoverso
è la finestra degli occhi:
questa poesia è un orto invernale
da curare con passione
e la paziente perizia
delle lunghe ore
nelle giornate più corte
dell’anno
un annuncio di fatica
il racconto raccolto
come il sonno
che improvviso arriva
una rima per prima a riva
fra le onde del buio
e già dimentica
dimentico
ed è questa la vera
giornata di grazia
di Dio di domani
che ci è stata data in dono

Per fiumi per laghi
per torrenti e mari
per andare a fondo
alle cose persone
le cozze crescono al sole
si bruciano pure le parole

L’acqua del Fontanone di Goriuda
è felice perché indifferente
a tutto tranne che alla pioggia
torrenziale di Chiusaforte
ecco perché gli uomini
possono essere cattivi e malvagi
come nel labirinto illuminoso
di Borges
Uno segue l’altro
come volano i passi sulla luna
senza un ordine
ma nel dettaglio il taglio
caotico
solo il riflesso nello specchio
abominevole perché raddoppia
bontà e cattiveria
è la realtà
da questa parte che si muove
il narcisismo dell’illusione
chi guarda chi e cosa
nello sguardo è televisione
originaria:
terrò fede a ogni mio
tradimento
sarò Dio libero dal suo passato
e diossina nella voce
come la pace ferina
di chi sì tace
ma nel cuore
ha un flagello da scagliare scegliere
e sogni a occhi schiusi
sigillo di verità e bugie
con tutto l’amore che ho
ti avrò e no, Elaria
perché la vita visibile
come un internet qualunque
soffre di irrealtà
L’uomo che in origine
era una donna eterna
creò il mondo fortuito
in un paradosso
l’osso sacro di un inganno
che a chiamarlo già è fingerlo
perché lo spazio non dura nel tempo
che comunque non scorre mai via
come un fiume
ma piuttosto come la luna
che spunta sul nel fiume
è solo un pensiero notturno
che accompagna
l’insonnia di vivere

Le linee di produzione vanno
e andranno
per pagare i nostri salari
i padroni sono operai
gli operai sono felici
stanchi stanchissimi
ma felici
Sono stati fatti degli errori
che ripareremo
forse riuscirò a farci rimborsare
domani
ma domani ho avrò un’alba triestina
e ripartiremo comunque
saremo
il presente al futuro

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Alberi che mi conoscono

Il potere tenace della quercia
di unificare cose e persone
più duro dei chiodi
e che salpò Ulisse
e Colombo

Il trauma sommesso
del pioppo tremulo
forte abbastanza
ma non da turbare
ogni abbraccio d’amore
a chi passa accanto al sole
agitato
da una brezza che non c’è
ma soffia via i pensieri

Il faggio che è sempre faggeta
magico incantata
di arancio che scivola in una rissa
di rossi
è arrivato San Donato
pellegrino irlandese
come raminghi siamo tutti
nella vita
fra le sue rampicanti
glicine e gelsomino
l’edera abbarbicante
di poesie comuni –
per liberarsi dall’edera
bisogna tagliarne le radici
come al pensiero
e lasciarla lasciarlo seccare
e rifiorire fiore violaceo
di carciofo

L’ulivo è il primo
il mio ultimo
ha le radici di pioggia in cielo
perché da bambino
millenario
mi stendevo nuvole ed ai suoi piedi
scalzo tutto era grande
immobile e verde ed eterno

Il fico regina mi nascondeva
fra i suoi rami il frutto violaceo
dell’ombra dolcissima
quando la controra taceva

in pace
anche le cicale
le ali della voce di mamma
che mi cercava
arrabbiata e disperata

Quanto è piccola la tua vita?
Quanto un oleandro di un anno
cresciuto ad albero
una fila di oleandri vecchi di sempre
lungo la statale 16
verso sud
come la strada in macchina
finiva in mare in un miraggio
in cui credere per sempre
tutto un intero giorno
a un certo angolo
a contare le virgole bianche
delle onde sul foglio azzurro
salato
in lontananza dal finestrino
di papà
e indovinare
se fosse una tavola calma
da gioirne
sveglio dal primissimo mattino
quasi una pubblicità bellissima
dell’assoluta libertà
quando eri bambino
eri il mattino
con mamma e papà che si amavano
e tu che aspettavi l’ultima curva
prima di Capitolo
tutto era sole e azzurro in cielo
perché la vita sa essere
un veleno dolcissimo
a piccole dosi ti rende più forte
della morte che ti aspetta
ma non avere fretta
aspetta
e dammi retta:
pura meditazione

Soltanto
lo spirito di servizio

rispondeva Falcone
al giornalista
che gli chiedeva
chi glielo facesse fare
di rischiare la vita
di vivere blindato
per combattere la mafia
Ho capito davvero
cosa volesse dire
solo anni dopo
guardando all’alba
gli aranceti infiniti
ai piedi dell’Etna
Quello spirito indomito
di servire la propria terra
la sua bellezza
che mai nessuna
meschina avidità e cattiveria umana
potrà sbiadita
è più di un destino
è una scelta cocciutamente
ribadita a ogni respiro

Le pietre piangono
lungo il sentiero che sale a Fusine
attraverso la foresta millenaria
di Tarvisio
che mi ricorda
da dove vengo
di lì me ne andrò
un albero
forse un larice
monumento alla solitudine
da almeno cinquecento anni
e fra i due rami dei laghi

Fior di farfalle blu
sul ciliegio in fiore
a ricordarmi che
vita dura poco
o tanto
ma ci sei tu
che sono io in realtà
a vivermi accanto
come un inverno
con dentro la primavera
un soldato
in casamatta d’amore
una guerra senza violenza
ma pace che sferra
dolcezza
e carezze di gioia
e lo sfinimento
dopo una domenica mattina eterna
di sesso
adesso
è successo
questa vita è un successo
di anonimato
donato
in un una giornata di grazia

La carne dell’uomo
divenne l’anima
di Dio
di figlio in padre
spuntò nello specchio
il mondo

Betulla bianca
voglio la figa di tutto
senza neppure un lutto
dall’inizio
dalla prima pasta da carta
scintilla divina
ninfe d’argilla
che nessuno osò incidere
era quasi favilla la mattina
la prima poesia del creato
che nessuno seppe mai
dire scrivere
inchiostro di seppia
sulle dita
per me ci sarà voluta
tutta una vita

Cosa facciamo domani?
ci chiedevamo con Pino
d’estate
da bambini
poi Pino si è buttato giù
dalla finestra dell’ospedale militare
credo per una pena d’amore
ma non è stata un’opportunità poetica
come nella canzone degli Slaves
come
un salice piangente
in un fiume che scorre lento
e si specchia nei miei occhi
i ginocchi sbucciati
per le corse sotto il solleone
nell’ora della controra
o pazzi o malandrini
quante mattine
passate a sognare
nottate d’amore:
eravamo giovani
eravamo eterni
come garibaldini
prima che l’illusione
di una nuova nazione
più giusta
svanisse

Cortocircuito dialettico:
qualcuno afferma qualcosa
e chiede
al suo interlocutore
di dimostrare che non è vero
seguendo
questo paradigma capovolto
questo cancro colorato
illogico
che farebbe cadere
tutti i platani del mondo
è possibile dire ogni sorta
di stupidaggine
presupponendo che sia vera
come accade oggi
nelle comunicazioni sui social
meglio sarebbe
che ognuno si assumesse
la responsabilità
delle proprie parole
e l’onere almeno
di dimostrarne la percorribile
veridicità

C’è una tristezza dolce
nell’essere stanchi morti
dopo una lunga giornata
di lavoro
cominciata alle quattro del mattino
con la telefonata
di un collega che ti dice
che uno della cooperativa è caduto
si è lussato una spalla
chiami il centodiciotto
arrivano i carabinieri
spieghi che faceva le pulizie
ed è scivolato
Poi l’ispezione della ASL
e continui a produrre
perché c’è un capannone
in costruzione
da mandare avanti
e Dio solo sa
che vorresti fermarti
riposarti ma tiri avanti
fino alle otto di sera

Pian delle streghe
labirinto di mughi
che dai sul Tenchia
da mangiare ai grati camosci
e dal basso le agave
riparo ai galli forcello
ero un sasso un masso
una roccia e una pietra
di pace
un tai rosso
pieno fino all’orlo
di gonna
contento come un portento
d’uomo
con una donna fata bellissima
il mio senza che lo sia
vuoto fato dell’abisso
vivo
Casera di Lavazeit
da Forni di Sopra
di fronte
le Tre Cime di Lavaredo
fra le nubi
e il Veneto industriale
a un tiro di schioppo
accanto a un pioppo
insolito solitario
ancora il mugo a curarci il respiro
mugòlio chi lo beve mugola di piacere
come i lama che brucano l’erba
sullo Zoncolan
Tutto è Carnia libera
perché le abitudini
come gli abiti
di tutti i giorni
si possono cambiare
una dopo l’altra
e la vita diventa
il vestito di un giorno di festa
o di tempesta
su
sulla cima dell’esistenza
una finestra aperta
tu ti sei persa
io
ho smesso di cercarmi
e mi son ritrovato e sono finito
in un sempreverde per sempre
nelle lingue scavate sulle pareti di roccia in un attimo
il ghiacciaio che non c’è più
balla in cerchio il canto dell’amore bruciato sull’erba

Troppo vino t’incattivisce

Troppo vino t’incattivisce
come un poeta
che combatte la sua guerra
per la sincerità
con le armi della parola
che non potranno mai essere
altro che una meravigliosa
finzione della realtà
È nel riflesso del lago
il senso profondo
il dettaglio nel taglio
dell’abbraccio delle montagne
la Carnia
che non ha più bisogno
della verità
Sonno e sono sogno

Elaria se mi seguirai
conoscerai
macje per sarti in fioriture
gialle
come campi di girasoli
a inizio estate

Ma non vorrò mai che tu
nella vita abbia solo me
e non prima te

È la paura
l’insicurezza
a trasformare un consiglio
nel coniglio cattivo
del futuro senza passato
come quello di Donnie Darko
in una minaccia
un’aggressione al proprio
narcisismo
Sono vivo
e vorrei un cane e un figlio

Se ascolti
saprai
ormai
sono slegato da tutto
perché sono tutto
da sempre
per niente
liquido come il passo
di un gatto
tutta questa gente
che compra che vive
Forse non morirò mai
non nascerò più
Il ragno
in attesa
sulla zanzariera
e il segreto è svelato
Elaria ci vediamo a letto

Full contact

Nella mia testa c’è tutto l’universo
gridato in silenzio
e non c’è verso di convincermi
del contrario
Come un binario ubriaco
nella calura estiva
non ho un inizio né una fine
Sono un miraggio sull’asfalto
liquefatto
della strada del mare
quando ero bambino
una specie di maggio parigino
e le 35 ore settimanali
che falliscono

Lo so
sono uno scoglio
e bevo vino
come il Gesù di Dalla
che balla balla balla
come la coda di una ballerina
alba
sull’acqua del sole
Mi dicono le cornacchie
che camminano
sulla pelle dell’orizzonte industriale
e che io chiamo i dottori
delle mie amanti pizzute
perfette per la confetteria poetica
ognuna tu-sola-nella-mia-vita
che queste
sono solo parole
senza attori e palcoscenico
da Polvere di stelle
con Sordi e Monica Vitti
la fame sotto le bombe
e la gioia di vivere
sul lungomare di Bari
o ragni di parole sole
senza un per sempre
che innaffi di luce
la seta del mio sangue malato
nella pace di Sauris

Ho dimenticato
l’orizzonte a emme
delle montagne della Carnia
Zanzotto aveva ragione
d’amore
come una Merini
autunnale
il coleottero che mi sbatte
sul gomito
il gomitolo di Jim
sparso in tutta casa
le rose in posa
nel giardino a Carbonara
la bara di papà
il cielo perso
del primo mattino
che sono morto

Bevo vino
è vero
e sono forse troppo sincero
a dire che
nella mia testa c’è l’universo
intero
la solitudine di una moltitudine
dispersa nel fiume
liquida e sfuggente
come la gente
classico che morde
gli zombi in centro commerciale
di domenica mattina
Pensavo al mare
e a me che me ne frego
perché io domani vado a Casarsa
della Delizia
a trovare Pasolini
Chissà che io non mi ferisca
finalmente
con il segreto è svelato
invece di dirlo soltanto
Dritto sinistro
e low kick destro

Il pensiero sconosciuto

C’è la distanza che m’annienta
una mia fuga riflessa è la realtà
che mi fa più verdi gli occhi dal
sale scavati il sole forte a mare

Amare l’ho sempre saputo fare
il Tiliment corre in piena in cielo
ora sono la pietra che rotola via
come le nuvole di Ghemon con

la mia malattia la pioggia carico
Il trucco è dimenticare e tempo
e tempesta e speranza contro

un’ombra in luce di paura vinta
dagli alberi dei boschi protetti
già dall’abbraccio della Carnia

Un esercito di epotiloni

La morte ce l’hai in casa
nel corpo
del ragno magrissimo
che sale spirito il muro
bianco di sangue
con la mosca fra le braccia
in un bacio filato
che la immobilizza
nella seta sera
di un lungo e lento addio alla vita
come quando fai
chemio in più
per guadagnare
tempo
per finire di guardare
il film

Sorangium cellulosum
ti ringrazio
per quello che mi doni
o conato spezza fiato
ne farò un uso sconsiderato

Le parole sono verticali
spirituali della materia
come l’erba dei prati
oppiacei rosso papaveri
asilo afgano di voglie
clandestine
negli occhi dolci e furbi
di un improbabile John
alla stazione
che come ogni altro luogo
di partenza dove ritorni ha la sua
gente da purgatorio
anime che si
muovono costantemente intorno
a un cerchio immobile
come una fontana secca
a maggio solo il sole
è il volo Friuli del mio viaggio
questa volta
celeste
col bit di Out of Time Man

E la tua dolcissima veste
Elaria
come quella di Sheryl Crow
nel video di All I Wanna Do

Buio come in bocca

La vita anche quella della
mia leucemia
è una puttana dolcissima
di ebano affogato
nel deserto Mediterraneo
Vende erba nel purgatorio
della stazione per campare
È forestiera di San Nicola
come la Madonna santa
e la devi prendere per il culo
di cuore prima di fare l’amore
si muore

Tutto questo
inutile odore
fumo di dolore
si cancella in una allegra
bevuta in compagnia
friulana

Mangiamo carne d’orso sloveno
beviamone il veleno

Beviamo che domani si muore
Beviamo che domani si muore

Domani lo sanno già le mani
nelle vene fino nel midollo
tutta la terra sarà in guerra
Tira allora il collo a un’altra
bottiglia di sgnappe, Tino
e tiriamo avanti fino a mattino

Gli estremi veri si toccano
come la notte con il giorno

“Devi sempre farmi l’elenco
di tutti i miei difetti?”

Io che oggi berrei Tocai
e ti scoperei solo
tutto il santo giorno
Elaria
come fosse per sempre
Mi sembra un bel modo
senza bisogno
di un inutile senso
di passare il tempo qui
La matrice della realtà è il sogno
e sola la finzione
ne racconta la verità
Attraverso l’uso ficcante
della lingua
si bagna la fica di tutto
Così è sconfitto il lutto
della mia nascita

La felicità non sarà mai
un angolo smussato
pur se semplice
le sanguineranno le gengive
Per molti di quelli
che avrò conosciuto
in questa mia vita storta
sarò stato
il loro tipo più strano
un raggio di sole che buca
le nuvole
bisognoso si stare
spesso ubriaco
come il cielo friulano
a testa alta

Uno che sta in coppia
anche da solo
fra i seni della Carnia
l’abbraccio della pietra
l’acqua
che mi sopravviveranno

La verità della mosca

tra il bisogno di morire
del corpo alcolico spirituale
sbatti le ali
e il vizio del fumo
eterno
della mente carnaria
sbatti le ali
c’è la vita da bruciare
per consumare fuoco
sbatti i piedi
non hai più radici
solo venti e stagioni
ti ho preso i ricordi
con gli occhi chiusi
le mani le mani
i demoni
ubriachi

Non è ancora maggio

Un impero di bugie
ecco cosa sei diventato
terreno mio anima
come un buco al cuore
ti nascondi per fumare
e domani smetto
ti nascondi fra le montagne
come un animale schivo

Rivendichi
col grido della poiana
che sono ancora vivo

Nel paesaggio verde fiorito
al buio
ne ho intorno l’abbraccio
vedo arrivare la primavera
un gatto che guarda le stelle
come una cosa vera

Il sole al torrente
non mi dà prurito
mi manca la mia leucemia
respiro sangue
una piccola pietra rossa
come una mandorla vestita
Sapessi camminar sull’acqua
del Palar
come un’idrometra
vivrei già da illuminato
come un punto irraggiungibile

Non è ancora maggio
nella mia vita
e se ci sono delle priorità
la più importante e struggente
è farti felice, Elaria
È farti l’amore mille volte ancora

Puoi capire cosa vuol dire
colore verde smeraldo
solo dopo aver visto
il lago di Cornino
alle prime luci del mattino
Così è viverti accanto
nel mese di aprile

Resto seduto
sotto la pioggia
che ingrossa
il Tagliamento
del tuo orgasmo

Volere un figlio
poco prima di morire
non è egoismo
né tantomeno
l’illusione di sopravvivere
alla propria morte
È solo riconoscersi natura