Mme Précarité

Quando una cosa è bella vale la pena
di dirlo ad alta voce, ma se una cosa
è un imbroglio non basta gridare, no,
bisogna pure spiegare perché così è.

E dietro la storia di questi ultimi 10
anni si cela, io credo, un imbroglio di
portata generazionale. La precarietà
non è caduta dal pero. C’è stato chi

l’ha voluta e costruita, e c’è ancora.
E mò è venuta l’ora dura, dopo l’ira,
di provar a dar una faccia a quei visi

mondati da ogni forma di coscienza
in doppiopetto e cravatta agli occhi.
Non risposte, ma, almeno, le domande giuste

[DALL’ALTRA PARTE DELLO SPECCHIO]

23 e 24 marzo 2000, l’Europa decide
che bisogna costruire una società dei
saperi tutta europea, per rispondere

al mondo che diventa più piccolo, sì,
ma anche meno controllabile. Globale,
in un parola. Era ora! Gridano tanti

e la voce di un diavolo aggiunge, quasi
con tristezza, ed è questo il momento
di intraprendere riforme sia economiche
che sociali nel quadro di una strategia


positiva che combini competitività e
coesione sociale
. Competitività e
coesione sociale, che non so perché
chi ci comanda soldi-e-politici-soldi

[DOPPIO DELLO SPECCHIO: continuando]

ai-politici-e-ai-loro-amici ha letto
come azzeriamo le regole del lavoro,
abbattiamone il costo, e solo così
produrremo consumo a meno dei


cinesi. Certe filiali di parole difficili
da leggere, guardare la televisione
con la lavatrice che grugnisce sulla
veranda. Bisogna stare attenti. E

aspettare il silenzio sonoro. Per
esempio: dopo Lisbona, l’Europa
decide di precisare. Mobilità occupazionale

e riduzione del costo fiscale del lavoro
per favorire le assunzioni in quella
che resta comunque la futura società

[LO SPECCHIO]

dei saperi. È bene allora sapere. Che cosa?
Con calma, il tempo è signore, e il solo
padrone della fragile ragione intorno al

collo della realtà. La precarietà è una
bestia viva. Anzi, tante teste di bestie
vive con la partita IVA. Povere bestie

senza feste pagate, dalla gestione
separate dal corpo magro e fottuto
futuro. Di qui il Libro Bianco di Biagi,
pace all’anima sua, per un lavoro di

qualità diventato precarietà, dove
si parla di ammortizzatori sociali
per disoccupati ancora attivi ma a
scapito delle più banali pensioni.

[DIETRO LINEA DI BASSO UNA VOCE LALLA:
«SOUL IS A JOINT ROLLED IN TOILET PAPER»]

Come si sia arrivati agli articoli 3 e 4
della legge 30 Maroni e Sacconi si sa,
i casi paradigmatici sono sempre 2:
o l’hanno fatto apposta, o hanno

sbagliato perché incompetenti. Resta
da capire quanto, magari, sia l’uno
mischiato all’altro. Certo che in un
mondo di consumo si consuma punto

e basta. E se non c’è più onore nel
servire una nazione, tanto vale che
mi metto a rubare. Chi è pronto a

pagare per il culo comodo d’un liso
privilegio, io lo trovo pure da cieco.
Fatto sta che, qui e ora, si muore di precarietà.

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2 pensieri su “Mme Précarité

  1. un dialogico riflettente per fare lo spazio alle coscienze critiche; ma un discorrere ch’è presa di posizione: cosa diversa dall’esporre una troppo comoda opinione

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