Maggio per le rondini

Questa mia vita è fino alla morte
grida la strega del mio cuore
Questa mia vita è fino alla morte
scava nel sole
come un gatto nel suo raggio

È maggio per le rondini
e l’aria precaria
il vento dal mare
soffia freddo e salato

Questa mia vita è fino alla morte
Questo mio volo fendente così acuto
è solo suono
schiuma delle onde
e sterpaglie

Quante figlie d’erba verde cielo
ora danzano
proprio fra le pietre
una spiaggia palcoscenico
il movimento di un attimo
Spiegano il vuoto
il colore il polistirolo gettato
nel prato piuttosto brutto dell’animo

Non è una facile gioia
è il segreto svelato
sotto gli occhi di tutti
Questo tiepido sole è il motore
le nuvole hanno il sapore della pioggia

mentre insegue il mio sguardo d’ambra
la sua ombra in piedi sui pedali
le ali la bici i muscoli spirituali
dei petali miorilassanti alleno il respiro
e sono ancora una volta vivo

Risorge in forma travolta
nel gorgo cruda come nuda
ora qui porto
la poesia l’azione centrale la rosa
ogni suo singolo desiderio di spine
ogni suo spasmo sinaptico
quasi la mimesi di una posa
carnevalesca e cattiva
Tanta sincerità è oscena

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Terrore senza speranza

Vado verso la luce nuda i suoi fianchi
amato armato a crudo ecco è Aleppo
Non ho più sonno solo argento livido
sangue a veleno ribollo nella tonnara

vita mia fa la morte di tutto il lutto
Lotto per fede e non voglio più pace
La voce pugnace la strage innocente
ogni momento è perduto e nessuno

vi vendicherà. La rosa è nella carne
la verità è esplosa e ora che banale
piove odio sul dolore qui si riposa

I sogni sono macerie non cibo e acqua
Paradiso morto del mondo lo specchio
suicida, ricada su di noi la sua disgrazia

Vorrei potermi ammalare

titanica
precarietà
che vorrebbe mangiarci vivi
e senza copertura
sanitaria
cit. precariosauro

ma non posso perché devo continuare
a lavorare lavorare. Proprio non posso,
è come un abisso e un mostro marino,
e sono obbligato a passarci in mezzo.

Lavoro per non perdere il lavoro e non
basta mai per sopravvivere. Ma non ho
dimenticato com’è vivere: sdraiarsi al
sole come il gatto bianco stanco dopo

una notte di amore, miagolando graffi
al cielo, alla stelle, alla luna. La pelle brucia e l’aria è un’ombra, protegge

i corpi caldi dei nostri lunghi baci. In
silenzio, fra le grida cieche, nascosti
dalla pancia d’un gregge, scappiamo.

Faccio la bella vita santa

sanguebianco

Immagine di Francesco Netti
Bari 1832 – Napoli 1894
Bari, Lungomare,1890
olio su tavola

Semplice
Il mondo non è rotondo

I ragazzi accarezzano i telefonini
come fossero fidanzate
dopo aver vomitato
birre e panzerotti di Cristo
in croce
sul marciapiede la voce
in fiore
de

il lungomare
Sono le sei del mattino
la vita
dove
l’avanti e indietro
dello spirito visione
pura mente in bici
l’ha trasformato
nella mia stanza

La mia casa è
una tempesta di sole
Scrivere come vivere
è fisicamente doloroso
La cura me l’ha portata
il privilegio della malattia
Il sangue bianco

La verità vestita di bugie
è biologia dell’anima
è più vera
Parola di cane
parola di Giuda
la sola di amore
la più sincera
Lei lo giura

Le lucertole scappano
senti solo il rumore
fra i cespugli del mistero
Qui è morto e risorto aprile

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Mme Précarité

Quando una cosa è bella vale la pena
di dirlo ad alta voce, ma se una cosa
è un imbroglio non basta gridare, no,
bisogna pure spiegare perché così è.

E dietro la storia di questi ultimi 10
anni si cela, io credo, un imbroglio di
portata generazionale. La precarietà
non è caduta dal pero. C’è stato chi

l’ha voluta e costruita, e c’è ancora.
E mò è venuta l’ora dura, dopo l’ira,
di provar a dar una faccia a quei visi

mondati da ogni forma di coscienza
in doppiopetto e cravatta agli occhi.
Non risposte, ma, almeno, le domande giuste

[DALL’ALTRA PARTE DELLO SPECCHIO]

23 e 24 marzo 2000, l’Europa decide
che bisogna costruire una società dei
saperi tutta europea, per rispondere

al mondo che diventa più piccolo, sì,
ma anche meno controllabile. Globale,
in un parola. Era ora! Gridano tanti

e la voce di un diavolo aggiunge, quasi
con tristezza, ed è questo il momento
di intraprendere riforme sia economiche
che sociali nel quadro di una strategia


positiva che combini competitività e
coesione sociale
. Competitività e
coesione sociale, che non so perché
chi ci comanda soldi-e-politici-soldi

[DOPPIO DELLO SPECCHIO: continuando]

ai-politici-e-ai-loro-amici ha letto
come azzeriamo le regole del lavoro,
abbattiamone il costo, e solo così
produrremo consumo a meno dei


cinesi. Certe filiali di parole difficili
da leggere, guardare la televisione
con la lavatrice che grugnisce sulla
veranda. Bisogna stare attenti. E

aspettare il silenzio sonoro. Per
esempio: dopo Lisbona, l’Europa
decide di precisare. Mobilità occupazionale

e riduzione del costo fiscale del lavoro
per favorire le assunzioni in quella
che resta comunque la futura società

[LO SPECCHIO]

dei saperi. È bene allora sapere. Che cosa?
Con calma, il tempo è signore, e il solo
padrone della fragile ragione intorno al

collo della realtà. La precarietà è una
bestia viva. Anzi, tante teste di bestie
vive con la partita IVA. Povere bestie

senza feste pagate, dalla gestione
separate dal corpo magro e fottuto
futuro. Di qui il Libro Bianco di Biagi,
pace all’anima sua, per un lavoro di

qualità diventato precarietà, dove
si parla di ammortizzatori sociali
per disoccupati ancora attivi ma a
scapito delle più banali pensioni.

[DIETRO LINEA DI BASSO UNA VOCE LALLA:
«SOUL IS A JOINT ROLLED IN TOILET PAPER»]

Come si sia arrivati agli articoli 3 e 4
della legge 30 Maroni e Sacconi si sa,
i casi paradigmatici sono sempre 2:
o l’hanno fatto apposta, o hanno

sbagliato perché incompetenti. Resta
da capire quanto, magari, sia l’uno
mischiato all’altro. Certo che in un
mondo di consumo si consuma punto

e basta. E se non c’è più onore nel
servire una nazione, tanto vale che
mi metto a rubare. Chi è pronto a

pagare per il culo comodo d’un liso
privilegio, io lo trovo pure da cieco.
Fatto sta che, qui e ora, si muore di precarietà.

Da solo

con la cura sparata in cuffia fino a
farmi gridare, ma in silenzio, ‘questo
non sono io’. Entra il rullante, sintesi
del sonno che vorrei dormire, e già

t’aspetto aprile. Morire sarà come
il primo sguardo inconsapevole sul
mondo colpevole di recidive illusioni.
Mi sbaglio, lo so. Raglio mille ragioni

d’amore inutile. Rettile sibilla l’ira
in un sibilo lilla. Brinda l’ombra al
buio di nessuno. Fuio volo solo. Ho

poco tempo e troppo poca paura.
Da quando non c’è più il contratto
nazionale, il male non ha più tatto.

[DALL’ALTRA PARTE DELLO SPECCHIO]

Non parliamo più la stessa lingua.
Io dico ‘è vero!’, e tu ‘non sei mai
stato sincero’. Se il cielo è sfitto

chi ti abita divide la camera con
una decina di umani clandestini.
Praticamente, un asilo di voglie:

1. voglio vivere dignitosamente;
2. voglio ridere per un momento
solo senza pensare a quanto mi
costerà; 3. voglio poter lavorare

ma senza rimetterci il culo della
mia onestà; 4. voglio una famiglia,
una figlia, un gatto rosso e una
bottiglia di vino, e se non posso

[DOPPIO DELLO SPECCHIO: continuando]

riderò, perché sarà stata colpa mia,
e non un branco di avidi a negarmi
la possibilità di sbagliare. Sbaglio,
lo so. 5. una moglie da lasciare;

6. una giornata da dimenticare, e
non tutta una vita da far passare;
7. voglio poter decidere chi votare;
8. rifiuto di essere uno dei vostri

consumatori vivi. Voglio praticare
l’astinenza da ogni forma d’abuso.
Io uso. Non consumo; 9. voglio

tornare a gridare in piazza sotto
un’idea non ancora mozzata dagli
uomini al potere; 10. vorrei non

[LO SPECCHIO]

essere qui dove forse non sono e
non sarò mai. Eppure ora ci sono;
11. voglio un’altra birra, e visto che

non ce l’ho, uscirò a comprarla.
Riciclerò il vetro; 12. voglio un
serto di fiori odorosi come gli

occhi di una ragazza che amo; 13.
il mandolino; 14. voglio giocare con
mio figlio; 15. rincorrere il passato;
16. voglio poter dire ‘sono africano’

senza dover pensare a quanto ha
rubato alla terra la parte di mondo
in cui sono nato, e mai ridato; 17.
voglio e sono tuo, o fungo-formica.

17 Villa dell’Ermitage a solo

il verde sbrogliarsi della vite,
le api
e i ragni grossi,
l’innamorarsi dei gendarmi,

la pioggia grigia,

i corpi e le anime i bucaneve.

un muro con un elefante disegnato
e una tigre cha ha paura del sangue,

i becchi gialli
sui vermi
e le ciliege,
i mattoni rossi
sotto le antenne della tv.

la scorza del buio,
in qualche modo,

e il cielo
arrugginito.

Figlie d’erba rami d’olivo

È cominciato il mio lungo addio
al mondo che mi ha abitato
L’angolo è che bisogna essere
sinceri prima con se stessi
in modo forsennato e violento
Ma la sincerità non è la verità
è la vita senza nomi

E io sono troppo disperatamente livido
per morire e basta
Sono una foresta
di anime sbattute dal vento
un momento di foglie
di figlie d’erba rami d’olivo
e disegno il mio cerchio in aria
che sa di terra rossa e sale
per spezzarlo con un solo respiro
e incatenarmi alla libertà del creato
Dicono che io sia un santo
il ritorno acuto delle rondini

In senso

Vedo col tuo seno dolcemente strozzato
dal corsetto nero del nuovo tuo vestito
tutto il mondo come luna all’alba nuda.
Io ti voglio. Ti vuole tutto il mio sangue.

Ora lasciami fare se mi vuoi nell’anima.
Lasciamela prima leccare per bene. Le
vene della testa mi pulsano che adesso
si seccano. Odo umido il sudore come

il sole bruciare. L’attollo dei tuoi fianchi
come fa con il corallo dà riposo al mio
mare. Sei il mio approdo, il brodo rosso

con la birra. Io non ti amo, perché tu
sei la voglia di morire e rinascere in una
forma diversa, più colorata e lucifera.